G8: G come Genova ma non come Giustizia

3 novembre 2011

“Genova brucia, genova che non respira più”

2011-04-07

Così faceva una canzone scritta da un ragazzo di ritorno dal G8 quel luglio di 10 anni fa.
Per qualcuno quell’incendio non si è mai spento e l’apnea dura ancora adesso: sono le vittime delle centinaia di soprusi e ingiustizie avvenute in quei giorni, che in questi anni hanno cercato vanamente giustizia. Le loro speranze si sono arenate tra sentenze “generose”, assoluzioni e soprattutto processi mai iniziati. Ogni parola scritta sul G8 deve avere quindi come primo obiettivo quello di portare luce su una storia sulla quale si cerca di far calare un buio pesto.
Per poter capire cosa sia realmente accaduto in quei giorni di luglio del 2001 è innanzitutto necessario chiarire cos’è un G8, chi vi prende parte e soprattutto qual è la sua funzione; quest’analisi è fondamentale soprattutto  per capire le ragioni di chi andava (e va) contro queste organizzazioni.
Il G8 è l’incontro dei Governi degli 8 paesi più industrializzati, cioè quei paesi che, nonostante rappresentino solo il 13% della popolazione mondiale, detengono il 51% del Prodotto Interno Lordo planetario. In questi summit si decidono le dinamiche economiche mondiali, tracciando cosi le linee guida per le decisioni del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, composta da  130 paesi ma che, per le percentuali sopra citate, è evidentemente monopolizzata dagli 8 “grandi della terra”.
È chiaro quindi che l’intento di questi eventi è quello di monopolizzare l’economia globale per un progetto di espansione capitalistica ai danni dei paesi meno industrializzati. Contro questo sistema si schiera il mondo variegato del movimento NO GLOBAL che si fa interprete di una diversa idea di economia, basata sulla sostenibilità degli scambi, sulla difesa dei beni comuni e soprattutto sull’opposizione alle multinazionali, effettive burattinaie delle politiche economiche, miltitari e culturali portate avanti dai “grandi”.
La contrapposizione si può spiegare in questi termini, e non è una novità del 2001. Infatti manifestazioni di protesta in occasione di questi incontri compaiono dalla fine degli anni novanta quando a  Seattle in occasione del WTO scesero in strada i primi manifestanti anti-globalizzazione, da allora chiamati, apppunto, popolo di Seattle. La strada che questo movimento ha percorso da Seattle a Genova è stata in continua evoluzione: da una parte la continua presa di coscienza di un movimento che ha aumentato i proseliti ed inglobato altre realtà, e dall’altra è iniziata una demonizzazione e strumentalizzazione  da parte dei media, nell’intento di far passare il movimento come una minaccia per la sicurezza. E arriviamo a Genova.
I mesi che precedono il G8 di Genova sono caratterizzati da cambiamenti sostanziali del panorama politico: nelle elezioni politiche di maggio Berlusconi trionfa portando l’Italia ad un allineamento politico con le destre del continente. Ciò naturalmente accresce il clima di tensione in attesa del G8, vista la linea notoriamente dura dei governi di centrodestra nei confronti di movimenti da loro definitti come terroristi. Ciò che poi accade a Genova non smentisce questi sentori. Tuttavia, l’atteggiamento del passato governo di centrosinistra nei confronti dei NO GLOBAL non è stato più tollerante; a marzo infatti, in occasione del Global Forum sull’e-government di Napoli c’è stata una durissima repressione verso il popolo di Seattle applaudita dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco. Napoli è stata la prova del nove per ciò che di lì a qualche mese è diventata una delle tante pagine nere che hanno macchiato la storia della repubblica italiana.
Ma chi andrà a Genova? Nelle settimane precedenti il summit, vari movimenti dichiarano la loro partecipazione alla protesta, ma coloro che vengono additati come i veri contestatori del G8  sono le cosiddette tute bianche, gruppo di autonomi provenienti dal centro sociale Pedro di Padova e che fanno capo a Luca Casarini. L’individuazione di un nemico preciso è il primo passo per la giustificazione della repressione nei giorni del summit. Insieme al gruppo di Casarini viene avanzato il timore dell’arrivo a Genova dei black bloc, gruppo di facinorosi provenienti da tutta europa che si erano fatti gia conoscere in quel di Seattle.
La strategia della tensione messa in atto dall’allora ministro degli interni Scajola prevede la divisione della città in due zone: una zona di libero accesso detta bianca ed una blindatissima zona rossa  attorno al palazzo della riunione.
19 luglio. Iniziano i lavori dei grandi 8 e la città si riempie di manifestanti: immigrati, gruppi di rivendicazione stranieri, genovesi e alcuni anarchici che si frappongono tra un “gruppo nero” nell’atto di dare luogo a scontri alla Questura e la polizia stessa.
Il 20 e 21 luglio sono i giorni delle grandi manifestazioni e della grande paura. Per il giorno 20 sono previste diverse manifestazioni, diramate in tutta la zona bianca, ed i primi scontri non si lasciano attendere: dalla stazione Brignole sino al carcere di Marassi per tutta la mattinata gruppi sparuti di violenti creano disordini, spostandosi sistematicamente di zona in zona agendo effettivamente indisturbati: le forze dell’ordine, infatti, raggiungono i luoghi delle devastazioni di volta in volta in ritardo, andando a colpire i cortei pacifici ed evitando lo scontro diretto con i facinorosi. Esempio eclatante di queste inefficienze delle forze dell’ordine è la carica al corteo pacifico di via Tolemaide: un gruppo di 300 carabinieri coadiuvati da blindati e camionette, con ordine di raggiungere piazza Giusti, luogo di tafferugli e saccheggi, si ferma di fronte al corteo autorizzato gestito dai disobbedienti  mettendo in atto una carica, poi da loro giustificata come reazione ad una sassaiola in corso. Dopo aver disperso il cosiddetto “gruppo di contatto” (giornalisti, cameramen e politici messi davanti come garanzia della pacificità del corteo), i carabinieri, procedendo in via Tolemaide, si trovano di fronte le tute bianche e quindi l’intero corteo. A questo punto inizia una vera e propria guerriglia, i militari del battaglione Lombardia respingono i manifestanti e si abbandonano a brutalità su inermi. La questura perde il contatto con questo contingente che si trova a combattere isolato e privo di ordini; per ovviare a questo caos vengono inviati in rinforzo e collegamento 50 carabinieri del battaglione Sicilia con due camionette Defender, con a bordo il carabiniere di leva Mario Placanica. I rinforzi arrivano da via Caffa, perpendicolare a via Tolemaide e, più indietro, lato maggiore di piazza Alimonda. Sono pochi e vengono respinti: i militi a piedi fuggono, ma le camionette hanno difficoltà di manovra, in particolare quella di Placanica, a quanto egli racconta, rimane bloccata da un cassonetto e assediata dai manifestanti. Placanica, impaurito, estrae la pistola e la punta sulla folla; notata l’arma, un ragazzo distante pochi metri raccoglie un estintore e gli si scaglia contro.
Quel ragazzo si chiama Carlo Giuliani, 23 anni, muore alle 17:27 a piazza Alimonda, nella sua Genova. A quel sangue la folla si apre e il mezzo si disincastra finalmente dall’ostacolo, compie la sua manovra sul corpo del giovane e si allontana. I carabinieri giungono infine in zona Marassi, ma di black bloc, come al solito, neanche l’ombra.
21 luglio. Gli organizzatori decidono di proseguire la manifestazione, stimata poi in 250.000 partecipanti, nonostante le richieste di annullamento. Durante la giornata si registrano scontri, pur di minore entità del 20. I black bloc si fanno vivi, in mattinata naturalmente indisturbati, e a volte contrastati dai manifestanti stessi. Successivamente fronteggiano le forze dell’ordine bloccando una strada, poi tentando di inserirsi nel fiume del corteo, questo viene spezzato quando la battaglia da loro ingaggiata con la polizia lo raggiunge e i manifestanti sono dispersi dalle cariche, mentre i black bloc organizzano una resistenza formando barricate. Di questi eventi ci sono immagini famose.
Finita anche la giornata del 21  in piazza resta solo il prodotto di 2 giorni di pura follia, un clima irreale vissuto da tutti, cittadini genovesi in primis, ma soprattutto da chi viene dall’estero e ha creduto di entrare in una città regolata da norme di uno stato democratico e si è invece ritrovata in una situazione che nulla ha da invidiare a quelle vissute sotto i regimi sudamericani.
Purtroppo il loro sconcerto e la loro paura non si spegne insieme alle luci del giorno. La notte tra il 21 e il 22 luglio infatti gli ospiti della scuola Diaz di via Cesare Battisti ( scuola  che il comune di Genova ha concesso per far alloggiare giornalisti e manifestanti del Social forum) si sono visti irrompere addosso  interi plotoni di polizia che, con l’intenzione di scovare i Black bloc  si sono resi  artefici di un vero e proprio massacro. Le prime immagini che arrivano dalla scuola Diaz sono amatoriali: riprendono l’ingresso della polizia e poi l’uscita dei ragazzi… in barella. Ciò che è avvenuto dentro è di facile deduzione, e i molti racconti di violenza gratuita ed il sangue sparso per tutto l’edificio, come ci ha mostrato RAI NEWS 24 (la prima tv ad entrare nei locali), ci mostrano di qualcosa che non avremo mai voluto conoscere. Nei giorni successivi a questo scandalosa vicenda se ne aggiuge un altro di non minore gravità: nella caserma di Bolzaneto, adibita a carcere provvisorio nei giorni del G8, si sono consumati atti vergognosi più vicini alla tortura che alla  detenzione.
Sul paese si abbatte una tempesta mediatica che tratterrà l’intera popolazione  per i mesi succesivi. Lo stato impegnato a difendere il ruolo delle forze dell’ordine avanzando la teoria dell’impossibilità di comportamenti diversi di fronte ad un vero e proprio assedio; dall’altra l’opinione pubblica che apre sempre più gli occhi di fronte ad una sempre più indifendibile violenza di stato. I vertici nazionali di partiti e associazioni interessati dai fatti del summit chiedono le dimissioni immediate del governo, portando alla luce altri episodi incresciosi che vanno a complicare un quadro già di per se vergognoso.
Poi arriva l’11 settembre, e il mondo guarda immediatamente altrove.
Leggi speciali in materia di sicurezza internazionale e guerre imminenti  oltre che distrarre l’opinione pubblica tendono a legittimare il comportamento dello stato in quei giorni. A gettare benzina sul fuoco è lo stesso ministro Scajola che, ancora in carica, nel febbraio 2002, dichiara, come riportato dal Corriere della sera:

«Durante il G8, la notte in cui c’è stato il morto, ho dovuto dare l’ordine di sparare se avessero sfondato la zona rossa. A Genova, in quei giorni si giocava una partita seria, lo hanno capito tutti dopo l’11 settembre»

Ma chi a subito danni in quei giorni, chi ha perso figli o  è ripartito per il paese natio lasciando il proprio status di persona libera a Genova non può dimenticare. Nei mesi successivi  si mette in moto la macchina della magistratura, invocata dalle migliaia di denunce, una su tutte quella di Amnesty International che agli inizi del 2002 ha ufficialmente richiesto un’indagine sull’operato delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico. Rimane famosa la dichiarazione di Amnesty secondo cui Genova è stata:

«La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.»

Tanti i fatti da analizzare, tanti i capi di imputazione e tanti i possibili responsabili. I processi iniziano nel 2002, con andamento vario. Condanne e assoluzioni in primo grado, condanne di assolti in secondo grado, pene di detenzione e pene di risarcimento. Tuttora, nel 2011, nessun procedimento si è concluso in cassazione, c’è persino un primo grado in corso. Molti reati sono caduti in prescrizione e hanno portato comunque a pene di risarcimento. C’è da sottolineare che il reato di tortura non era stato introdotto nel codice penale, altrimenti non sarebbe stato prescivibile. Per quanto riguarda i pesci grossi, Il 17 giugno 2010, il prefetto De Gennaro, è stato condannato in appello a un anno e 4 mesi per istigazione alla falsa testimonianza, insieme all’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola (un anno e due mesi). L’ex questore Colucci, oggetto delle presunte pressioni, è attualmente sotto processo per falsa testimonianza. Ma alle condanne dei tribunali sono corrisposte premi dai palazzi: l’ex questore Colucci, infatti, è stato nominato prefetto nel 2008, ed in generale tutte le alte cariche, processate e condannate, hanno ricevuto significative promozioni.
In totale tra le forze dell’ordine, 33 imputati su 77 hanno ricevuto pene per complessivi 109 anni di reclusione, per 36 il risarcimento, causa prescrizione. Dei manifestanti, di 24 imputati per devastazione e saccheggio, 10 sono stati condannati a complessivi 98 anni di reclusione. Bastano questi numeri ad evidenziare la profonda iniquità di trattamento.

STORIA DI UN PROCESSO MAI INIZIATO
Come avete potuto notare  non è stata spesa una riga per l’indagine sulla morte di Carlo Giuliani. È stata una scelta voluta, ma anche obbligata, visto che sarebbe deontologicamente scorretto inserire tra i processi notizie su un omicidio che non ha mai avuto un processo… e quindi giustizia.
Non ci dilungheremo in spiegazioni sul perchè un Omicidio non sia mai entrato in tribunale, sinceramente ci sembra grottesco, né tantomeno parleremo di come la politica abbia trattato il caso. Anzi di questo vogliamo accennare: la destra ha sempre preso le distanze dal caso, o meglio non se ne è mai interessata, la sinistra ha fatto peggio. Alle elezioni politiche del 2006 il programma dell’Unione riportava tra i punti programmatici la costituzione di un’apposita commissione d’inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani,  Rifondazione Comunista candidò la madre. Risultato? La commissione non è stata mai creata. La proposta di legge di istituire tale commissione di inchiesta è stata votata il 30 ottobre 2007 in prima commissione alla Camera, ma è stata respinta (22 voti a favore e 22 contrari) a causa del voto contrario della Casa delle Libertà e di Italia dei Valori oltre all’assenza dei deputati della Rosa nel pugno. Il leader dell’Italia dei Valori ha motivato il voto del “nostro” senatore IdV Carlo Costantini dichiarando di non voler avallare un’inchiesta finalizzata ad indagare unicamente sull’operato delle forze dell’ordine e non anche su quello dei manifestanti.
Questo è lo spiraglio di luce che abbiamo voluto offrire: non è nulla rispetto a quello che ogni lettore di questo articolo può apprendere andando sui blog e siti internet che da dieci anni urlano giustizia; visitateli, leggete, e aprite spiragli affinchè sia fatta luce sull’ennesima storia buia dell’Italia.

- F.C.-P.M.

Formazione iniziale dei Docenti

3 novembre 2011

Scheda sulle principali novità

2011-04-06

Tre diversi percorsi:
- infanzia/primaria
- secondaria di I grado
- secondaria di II grado

Scuola secondaria di I e II grado
Il percorso è costituito da:
• specifiche lauree magistrali biennali A NUMERO PROGRAMMATO
(una per ogni classe di concorso della scuola secondaria di I o di II grado: Le abilitazioni acquisite hanno validità per la sola classe di concorso prescelta. Potranno sostenere l’esame di ammissione solo coloro che avranno acquisito nel percorso accademico precedente (laurea di I livello) crediti formativi universitari in specifici settori disciplinari;
• un successivo Tirocinio formativo attivo (TFA) della durata di un anno accademico pari a 60 CFU con esame finale che consente l’acquisizione dell’abilitazione.

Requisiti di accesso alla prova per l’accesso alle lauree magistrali
L’acquisizione di almeno 102 CFU nei SSD di seguito elencati:
M-STO/01, M-STO/02, M-STO/03, M-STO/04, M-STO/07, L-ANT/02, L-ANT/03, L-FIL-LET/02, L-FIL-LET/04, L-FIL-LET/08, L-FIL-LET/09, L-FIL-LET/10, L-FIL-LET/11, L-FIL-LET/12, L-FIL-LET/13, L-FIL-LET/14, L-ANT/07, L-ANT/08, L-ART/01, L-ART/02, L-ART/03, L-ART/05, L-ART/06, L-ART/07, LIN/01, L-LIN/03, L-LIN/04, L-LIN/05, L-LIN/06, L-LIN/07, L-LIN/10, L-LIN/11, L-LIN/12, L-LIN/13, L-LIN/14, M-DEA/01, M-FIL/01, M-FIL/02, M-FIL/03, M-FIL/04, M-FIL/05, M-FIL/06, M-FIL/07, M-FIL/08, M-GGR/01, M-GGR/02, M-PED/01, M-PED/02, M-PED/03, M-PED/04, M-PSI/01, M-PSI/04, M-PSI/05, M-PSI/07, SPS/01, SPS/02, SPS/03, SPS/04, SPS/03, SPS/07, SPS/08, SPS/12.

I 102 CFU comprendono:
• almeno 18 CFU nei SSD L-FIL-LET/10, Letteratura italiana e L-FIL-LET/11, Letteratura italiana contemporanea e fra questi almeno 12 CFU in L-FIL-LET/10;
• almeno 18 CFU nei SSD M-STO/01 Storia medioevale, M-STO/02 Storia moderna, MSTO/04, Storia contemporanea;
• almeno 12 CFU in L-FIL-LET/12 Linguistica italiana, L-LIN/01 Glottologia e linguistica;
• almeno 9 CFU in ciascuno dei seguenti SSD:
1) L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina;
2) M-GRR/01 Geografia.
• almeno 36 CFU nei SSD sopra elencati.

Per la secondaria di II grado in particolare, dopo la definizione del regolamento sulle nuove classi di concorso, dovrà essere emanato un ulteriore regolamento.
Le specifiche lauree magistrali o diplomi accademici di II livello dovrebbero essere attivate a partire dall’anno accademico 2011/2012 > vedi circolare ministeriale del 29.04.2011

La fase transitoria

Abilitazione con la sola frequenza del TFA
E’ prevista la possibilità per alcune categorie di laureati di acquisire l’abilitazione con il solo TFA

Accesso diretto (= senza prova selettiva)
Sono ammessi direttamente al TFA coloro che avevano già ottenuto l’iscrizione alle SSIS e avevano sospeso la frequenza. E’ previsto anche il riconoscimento di crediti.

Accesso in deroga
Hanno permanentemente diritto ad accedere al TFA, previo esame d’ammissione, anche coloro che:
• alla data di entrata in vigore del regolamento, sono in possesso dei requisiti previsti per l’accesso alle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario
• alla data di entrata in vigore del regolamento o per l’anno accademico 2010-2011, siano iscritti a uno dei percorsi finalizzati al conseguimento dei titoli di cui al precedente punto (= no retroattività)
I CFU NECESSARI PER L’ACCESSO alla prova selettiva per il TFA corrispondono a quelli necessari per l’accesso alla magistrale abilitante riportati precedentemente.

TFA – Esame di ammissione
L’accesso al TFA, è a numero programmato con prove di accesso:
• test preselettivo unico sul territorio nazionale (superato con un punteggio di almeno 21/30);
• prova scritta a domande aperte relative alle discipline oggetto di insegnamento, definita dalle Università/Istituzioni AFAM (superata con un punteggio di almeno 21/30);
• prova orale (superata con un punteggio di almeno 15/20).

Ai fini della graduatoria per l’accesso è previsto, in aggiunta al risultato delle prove (se superate), il riconoscimento di un punteggio:
• per i servizi di insegnamento (almeno 360 giorni) attinenti la classe di abilitazione o le discipline incluse nella stessa (a partire da 4 punti);
• per il Dottorato di ricerca attinente la classe di abilitazione o le discipline incluse nella stessa (6 punti);
• per almeno 2 anni di attività di ricerca attinenti la classe di abilitazione o le discipline incluse nella stessa (4 punti);
• per il percorso di studi (fino a 4 punti);
• per il voto della tesi triennale/magistrale (fino a 4 punti);
• per pubblicazioni o altri titoli accademici (almeno 60 CFU) attinenti la classe di abilitazione o le discipline incluse nella stessa (fino a 4 punti).

Tutti coloro che sono in possesso dei titoli di studio attualmente previsti per l’accesso all’insegnamento nella scuola secondaria (Lauree/diplomi accademici vecchio ordinamento previsti dal DM 39/98, lauree specialistiche previste da DM 22/05 e lauree magistrali) conservano il diritto ad essere inclusi nella III fascia delle graduatorie d’istituto e all’ammissione al TFA. Analogo diritto mantengono tutti coloro che nell’anno accademico 2010/2011 sono iscritti ad un corso di Laurea specialistica/magistrale oppure a corsi del vecchio ordinamento. Tutti coloro che non sono nelle condizioni precedenti (iscritti o che si iscriveranno ai corsi di laurea triennali/diplomi accademici di I livello) potranno accedere all’insegnamento solo con il possesso dell’abilitazione da conseguirsi con il nuovo percorso (Laurea magistrale specifica e TFA).

NB: Ricordiamo che a normativa vigente l’acquisizione dell’abilitazione non permette l’inclusione nelle graduatorie da esaurimento. L’abilitazione costituisce titolo necessario per accedere agli eventuali concorsi per titoli ed esami.

L’università italiana della legge Gelmini (L 240/2010).

3 novembre 2011

Schema di comparazione tra l’assetto organizzativo e le competenze dei vari organi dell’Università attuale e come si sta trasformando sulla base della legge Gelmini.

2011-04-05

VENT’ANNI DI RIFORME

3 novembre 2011

Il seguente grafico schematizza i passaggi della riforma del sistema universitario degli ultimi vent’anni: si assiste ad un processo che rende autonomi gli Atenei con una grave carenza di regole chiare e di sistemi efficaci di controllo e valutazione. Il profilo gestionale va verso una privatizzazione dei sistemi decisionali, ma con l’utilizzo di risorse e strutture pubbliche. La didattica assume forme schizofreniche: con il processo dell’autonomia, in assenza di necessari paletti normativi, si arriva ad una proliferazione selvaggia dei corsi di laurea talvolta con percorsi formativi che prevedo anche più di trenta esami in tre anni e senza criteri di sostenibilità. Le strutture competenti nella ricerca diventano i Dipartimenti.

L’unico aspetto che a tutt’oggi non viene sfiorato è lo stato giuridico dei docenti. A parte una breve parentesi con il Ministro Mussi, si è assistito ad una demolizione, dequalificazione e imbarbarimento del sistema universitario nazionale, che sta culminando con la legge Gelmini, la quale rende possibile la reale privatizzazione degli Atenei, la precarizzazione delle figure professionali all’interno di essi, la contrazione del diritto alla studio (a causa di un possibile aumento delle tasse e riduzione di borse di studio) e la dequalificazione dei percorsi di studio (diretta conseguenza della precarizzazione della docenza e dell’accentramento dei sistemi decisionali).

2011-04-04

ELEZIONI REGIONALI IN MOLISE

3 novembre 2011

Un laboratorio di silicio

2011-04-03

Il 16 e 17 Ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale del Molise. E allora? Direte voi. Da quando ciò che accade in Molise riscuote un benché minimo interesse per chi non risiede nella nostra piccola regione? E avreste ragione. Ma il clima politico teso che si respira in Italia, i guai di Berlusconi, la forte crisi economica e politica che si va registrando e che sempre più insistentemente bussa alla porta di molti italiani, hanno reso queste elezioni (unica chiamata al voto in questo periodo) una sorta di specchietto per le allodole per speranze, rivendicazioni e speculazioni filosofiche più disparate. Forse anche gli stessi molisani, stanchi di leggere su Nonciclopedia che la propria regione non esiste e che essi stessi sono creature mitiche, un po’ come gli gnomi o i leprechaun, e su cui si fantastica pressappoco dal 1963, hanno preteso un po’ di attenzioni a livello nazionale. Il presidente uscente, Angelo Michele Iorio del PdL, copia miniaturizzata del suo divino padrone e morfologicamente (se possibile) ancor più simile ad un grosso suino dell’alto Molise (della serie non solo tartufi e ciaciocavalli), aveva intenzione di mostrare fiero il suo capocollo all’intera nazione, forte di una schiacciante riconferma ai danni del malcapitato di turno. E infatti, nelle settimane precedenti alla chiamata alle urne, poiché se non sono in campagna elettorale non hanno poi tanti impegni, i grandi nomi della politica italiana, del parlamento e del governo si sono affrettati a visitare la nostra regione come fosse un piccolo zoo, attraversandola in sfilata  e riempiendo a metà le sale congressi dei centri più grandi. Per non sfigurare di fronte ai propri leader che li inondano improvvisamente di pacche sulle spalle e pugni stretti, i candidati locali hanno speso un patrimonio in sedi supertecnologiche ed in iniziative evergetiche come ad esempio una costosissima riproduzione della festa estiva della “sagra del pesce” al porto di Termoli consistita nell’allestimento di un grosso tendone nel quale l’assessore uscente (e, naturalmente, rientrante) Vitagliano distribuiva pisces et circenses. L’addestramento dei 350mila bifolchi molisani a votare bene non differiva granché dalle ricerche degli etologi. Che ci vuole? Basta insegnar loro come impugnare una matita (che non devono portarsi da casa ma che troveranno bell’e pronta in loco) e fare una X al posto giusto. L’hanno fatto già due volte, non dovrebbero trovare grandi difficoltà.

Berlusconi invece non s’è nemmeno avvicinato
Cinque anni fa era giunto tre volte a sostegno del suo amico Iorio, e alle scorse politiche è stato eletto alla Camera proprio in Molise, nella cui circoscrizione si candidò ottenendo 72mila voti. Anche stavolta avrebbe volentieri fatto visita alla nostra piccola ma simpatica regione a lui così affezionata, non foss’altro perché aveva letto su Chi che le ragazze di montagna sono più procaci e prosperose rispetto alle loro coetanee di città. Ma stavolta hanno dovuto legarlo al letto e obbligarlo a rimanere a Palazzo Grazioli: “con Lettieri e la Moratti ti avevamo avvisato e non ci hai ascoltati! Ma stavolta non ti permetteremo di rovinare tutto!”. E così, in un momento di poca lucidità del premier, si sono anche affrettati a cancellare il nome “Berlusconi” dal simbolo del PdL della coalizione.
Già, una regione piccolissima. Appena 320mila abitanti. 353mila aventi diritto al voto (sono scappati tutti all’estero), l’equivalente di due quartieri popolosi di Roma. Però, per il Molise, vale il paragone del microchip: più diventa piccolo più si ingarbuglia e diviene enormemente complicato. Una regione di silicio. Intrecci infiniti si accumulano in una matassa vecchia di decenni, pochi personaggi si spartiscono il potere in uno strabiliante labirinto di amici e parenti. Il Molise è una sorta di laboratorio, dove si sperimentano le teorie più oscene, si confezionano i guazzabugli più torbidi, si configurano scenari che sembrano il negativo della logica normale.

I giochi di Tonino
Chiedetelo agli abitanti di Venafro, il quinto comune della regione. Chiedete loro che razza di coalizione ha vinto le elezioni comunali: il Popolo delle Libertà insieme all’Italia dei Valori. Sembrerebbe pazzesco, un esperimento alla Mengele. Eppure è accaduto. Così come è accaduto un altro fatto strano. Quando il nostro Tonino era Ministro delle Infrastrutture, s’era inventato tutt’a un tratto che il Molise aveva urgenza di un’autostrada che colleghi Termoli a San Vittore. È nata così la poco fantasiosa società “Autostrada del Molise”, con un proprio CdA. E chiedete all’ex ministro Tonino da chi è composto questo CdA: metà dei posti se li è presi lui, l’altra metà l’ha regalata a Iorio. La bretella è talmente urgente da rendere necessario stringere un patto con Iorio e iniziare con l’odiato corregionale una proficua collaborazione che, negli anni, ha portato solo a un centinaio di grandi annunci e di giornate storiche, ma senza nessun governo che si sia preso la briga di controllare se i soldi, effettivamente, ci sono o no.
Il buon Tonino, diciamoci la verità, la regione l’ha sempre usata come uno sgabuzzino in cui nascondere le sue piccole/grandi magagne. Il figlio Cristiano (d’ora in avanti denominato, per comodità, il Carpa), indagato per corruzione, non ha mai pensato di dimettersi dalla carica di consigliere provinciale, ma, per ragioni puramente estetiche, è uscito dal gruppo dell’Italia dei Valori e si è messo a fare il “responsabile” nel gruppo misto. Come si diceva, il Molise è per lui sempre stata una fucina in cui sperimentare idee nuove e feconde: dopo la coalizione vincente col PdL, si monta la testa e va da solo al comune di Montenero. Perde miseramente regalando la sua città natale a Berlusconi e ai primi titoli del tg4. Forte dell’esperienza decide di non accordarsi col Partico Democratico per le elezioni comunali del 2010 a Termoli e di correre quasi da solo con un candidato sindaco esponente di spicco proprio del PD. Perde contro una corazzata da 10 liste del PDL. Non c’è due senza tre: alle provinciali di Campobasso si presenta da solo e prende poco più del 6%. In occasione del congresso del partito, forse è stata saggia l’idea di sconfinare in Abruzzo (“è meglio che me ne vado un po’ a Vasto, va’”).
Diversa la scelta per queste regionali; ci avevamo sperato un po’ tutti: il centrosinistra compatto! Peccato che, a settembre (a un mese dalle elezioni), il partito di Tonino non si era ancora espresso sulle possibili alleanze, non aveva prodotto alcun candidato per le primarie, non aveva una bozza di linea definita per nessuno dei cinque che sarebbe stato eletto leader della coalizione che avrebbe sfidato Iorio. Unica decisione ferma, dopo ore estenuanti di riunione con i vertici del partito: il Carpa si sarebbe candidato con la lista dell’Italia dei Valori al consiglio regionale del Molise. Stop. Il resto si vedrà. Al diavolo il fatto che sia inquisito, che sia uscito dal gruppo in consiglio provinciale, che quattro gatti del circolo dell’IdV di Termoli abbiano preso male la decisione, a loro folle avviso frutto di una visione familistica e privatistica della politica. “Possiamo anche andare avanti senza di loro”, avrà pensato il feudatario Tonino. Nel frattempo (non si sa mai) presenta una lista abbastanza scarsa da far brillare comunque vada il risultato elettorale del Carpa, luce degli occhi di papà (naturalmente primo degli eletti).

Un laboratorio di primarie
Con un ritardo che ha del leggendario, a meno di un mese e mezzo dalle elezioni, vengono svolte le primarie del controsinistra. Nemmeno un isernino (quelli li lasciamo a Iorio); gli unici che hanno nel curriculum qualche traccia della parola “sinistra” vengono dati per spacciati dall’inizio. Risultato: non si voteranno nemmeno loro e vittoria convincente e annunciata (non ho mai capito il perché) di Paolo di Laura Frattura (un nome che ha un nonsoché di aristocratico) figlio di un ex presidente diccì della regione. Figlio d’arte che nelle elezioni del 2000 e del 2006 era fianco a fianco col governatore Iorio (d’ora in avanti denominato, per comodità, Raìs) nelle fila di Forza Italia, che è presidente della Camera di Commercio di Campobasso (incarico ottenuto grazie al Raìs – si è dimesso poco prima delle elezioni) e che, interpellato dal Raìs stesso sulle voci stupefacenti che lo davano candidato alla primarie del PD aveva risposto: “non è vero Miché (Michele Iorio, il Raìs – ndr), sono tutte invenzioni dei giornalisti!”. Questo è il candidato che ha unito, come non succedeva da tempo, tutto il centrosinistra (che arrivava a sganciare 4/5 candidati presidente/sindaco alla volta). Stravagante. Come stravaganti le liste di sinistra: abbozzate, deboli, brutte anche a vedersi perché per la maggior parte incomplete.

I grillini
In questo contesto entra in gioco il Movimento a 5 Stelle, che candida un manipolo di ragazzi stanchi del sistema Molise e desiderosi di cambiamento. Un tour di tre tappe allestito per Beppe Grillo riempie le piazze di molisani timorosi e al tempo stesso entusiasticamente curiosi. Dice banalità sulla casta, sugli sprechi (avete più politici della Lombardia!), cose che sanno tutti, ma che, forse, dette da un comico genovese di fama nazionale, che per scimmiottare il molisano alla fine si esprime in napoletano, fanno riflettere anche i più testardi clienti molisani. Un momento storico. Se tutti i presenti che ridevano e urlavano in risposta alle provocazioni di Grillo avessero votato per il M5S, ora staremmo parlando del primo presidente di una regione in Italia con meno di trent’anni, incensurato, non appartenente a nessun partito politico e con tante buone idee. È vero, nella cabina si è soli, ma questa regola non vale per i molisani: qui infatti nei paravento numerati nelle scuole c’è sempre Dio, che è buono e misericordioso, ma tuo nonno defunto non lo è, anche lui è al tuo fianco nella cabina e se non voti lo scudo crociato fai peccato e finirai all’inferno!

Arriviamo ora al centrodestra e al governo uscente
I margini del foglio più grande del mondo non basterebbero a descrivere una minima parte del sistema che il Raìs e i suoi fedelissimi hanno confezionato in questi anni. Il progetto parte da lontano, è riuscito sempre a convivere con quello dei grandi vecchi della DC, senza i quali da noi non si vince, e si può riassumere in un collaudatissimo “mangiano loro, ma fanno mangiare anche gli altri”. Finché ce n’è. La regione è piccola e, con un po’ di organizzazione, è possibile intrecciare una fitta rete che coinvolga le grandi famiglie e i coriacei bacini elettorali dei piccoli centri di montagna. Una volta imparato a barrare uno scudo crociato, devono intervenire profonde mutazioni genetiche prima che inizino a sperimentare altre esperienze di voto. È fondamentalmente una questione biogenetica. Poi, particolarmente nella provincia di Isernia, non c’è famiglia che non sia legata in qualche modo al Raìs o a qualche suo adepto: a un cugino ha dato lavoro, a una nonna ha fatto fare una tac in giornata, uno zio l’ha messo in consiglio comunale, a un altro ha fatto avere dei fondi per ristrutturare la casa, alla ditta di famiglia ha fatto vincere una gara d’appalto… Il Raìs ha gestito miliardi di euro perché, fondamentalmente, come il suo mentore, anche lui porta sfiga: terremoto, alluvione, sanità in deficit. S’è ritrovato tra le mani una valanga di fondi da spendere a suo piacimento. Non ci credeva neanche lui; quindi, come accade ai tanti malati di shopping addiction, ha speso per le cose più inutili e per motivi imperscrutabili, oscuri a noi comuni mortali.

Eathquake shopping
Per le calamità naturali (articolo 15) ha buttato all’aria circa 800 milioni di euro; ma piuttosto che ricostruire tetre scuole o rimettere bene in sesto abitazioni, ha pensato fosse più figo finanziare un reality show nelle reti Mediaset (On the Road, con l’amica dei potenti Sara Tommasi) o delle misteriose ricerche sulla patata turchesca, aprire una rotta che lo portasse in Croazia spendendo 10milioni per una nave che arrugginisce da anni nel porto di Termoli o occuparsi del ripopolamento della seppia dell’Adriatico, aprire un museo del profumo o destinare un milione di euro per fornire una rete wi-fi alle baraccopoli. Certo, qualcosa di quei milioncini deve essere anche finita in qualche modo a San Giuliano di Puglia, perché lì, in barba al trend dell’intera zona, il Raìs ha superato l’80% delle preferenze.

È rimasto solo un Raìs!
Ma parliamo di lui, presidente di tutto e commissario dell’altrettanto. È presidente della regione Molise, vicepresidente della Conferenza delle Regioni e, da luglio di quest’anno, presidente dell’Euroregione Adriatica (che unisce tutte le regioni europee che si affacciano sul mare Adriatico). Riesce a sfasciare tutto ciò che tocca, dilapidando fortune. Puntualmente però, riesce a farsi nominare commissario di se stesso con poteri straordinari che gli permettono di dilapidare fortune ancora più grandi. Naturalmente inizia con la DC, ricoprendo importanti incarichi in provincia di Isernia. Nel ‘96 l’Ulivo decide di candidarlo alla Camera, ma per fortuna Dio alle volte esiste e, per un vizio di forma, la candidatura salta. Dopo essere passato dal PPI a Forza Italia, fa cadere una giunta regionale e crea una nuova maggioranza di cui diventa presidente nel ‘98. Nel 2000 perde le elezioni per pochi voti, ma, lesto, scova un vizio di forma nella presentazione delle liste della coalizione di centrosinistra guidata da Di Stasi e riesce a far annullare le elezioni (unico caso nella storia della Repubblica Italiana). Nel Novembre del 2001 si ripetono le votazioni e diventa finalmente presidente.  Nel 2002 è anche eletto deputato per tre anni (tempo necessario per capire che le due cariche sono incompatibili), commissario straordinario in seguito al terremoto e vicepresidente della Conferenza Stato-Regioni. Nel 2006 trova un ritaglio di tempo per farsi eleggere senatore e per ricoprire il ruolo di membro vigilanza RAI. Dal 2008 però iniziano anche per lui i grattacapi: è indagato per concussione e abuso d’ufficio (per cui è rinviato a giudizio nel 2009) e per l’affare “black hole” (il buco nero di almeno 600milioni che ha provocato nel bilancio della sanità), mentre nel 2010 viene indagato per la nomina del presidente del Cosib (dieci arresti), azienda che, corrompendo funzionari provinciali, riceveva l’autorizzazione a scaricare rifiuti speciali liquidi, anche pericolosi, in canali contraddistinti dal classico habitat fluviale (con tanto di flora, fauna, falde acquifere e via discorrendo), abbattendo i costi di depurazione e con conseguente aumento di quantità e qualità di commesse, anche da fuori regione.
Stesso percorso politico ha seguito, in contemporanea, il viceré del Molise, Aldo Patriciello, che possiede nel suo gruppo praticamente tutto l’isernino. Neuromed in particolare è uno dei suoi gioielli più preziosi. Soprattutto se sei in stretti rapporti con un presidente della regione ben disposto a recapitarti miliardi di finanziamenti regionali in quanto ente convenzionato (vedi il caso della “Fondazione Pavone”). O se, nel costruire i 9 chilometri della variante di Venafro della maledetta sopracitata Autostrada del Molise, decidi di utilizzare materiali scadenti per i piloni dei viadotti (vedi “inchiesta Piedi d’Argilla”) e tuo fratello Gaetano, detto Saddamm, viene arrestato. Suona strano anche che, provenendo da una provincia con poco più di 80mila abitanti, vieni rieletto nel 2009 al Parlamento Europeo con 113924 preferenze. Ma poi ti accorgi che la maggior parte dei voti proviene dalla calabria, e ti senti più tranquillo.
Assessori, consiglieri regionali. Tutti tra loro hanno un qualche legame (c’è chi è figlio di qualcuno, chi è il cognato di qualcun altro, chi dipendente di un altro ancora) e tutti sono stati attori nel gioco di potere che ha portato il Molise alla deriva. Tutti hanno vicende giudiziarie che pendono loro sulla testa come un’enorme spada di Damocle. Tutti guardano alla regione Molise come a un bacino di voti da conquistare per aumentare il proprio potere, e ogni mezzo utile a questo fine è ben accetto. Risorse illimitate. Poco importa se spendiamo per la politica una fortuna, se i molisani si vedono aumentare IRAP e imposte locali a livelli scandalosi, se i ticket sono alle stelle e se la disoccupazione colpisce ormai tutti i giovani. Il deficit della sanità deve essere ripianato sulla nostra pelle, anche se le troppe spese e la parentopoli non l’abbiamo creata noi e non esiste la parvenza di un piano di riordino sanitario.

L’outsider dalla Sicilia
Dicevamo del laboratorio Molise. In questo meccanismo ben oliato di poteri in perfetto equilibrio zen, è subentrato recentemente un nuovo attore. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al CIPE, Gianfranco Micciché, forse a causa dei forti complessi d’inferiorità nei confronti dei suoi colleghi siciliani portati ai vertici da Berlusconi (vedi Schifani e Alfano), ha deciso di fondare un nuovo partito del sud e di utilizzare i fondi del comitato per lo sviluppo economico (di cui ha la delega) per farsi spazio nella giungla della politica. Così, in cambio di una promessa di fusione (quando si tratterà di votare per le politiche a livello nazionale) con il “partitino” del figlio del Raìs (lista “Progetto Molise”, che in queste elezioni regionali ha raggranellato un sorprendente 9,5%), ha stanziato la bellezza di 1,340miliardi di euro solo per il Molise su un totale di 9miliardi di fondi (l’effettiva esistenza di questi fondi rimane tutt’oggi un mistero; Fitto e Alfano possono dire quello che vogliono in campagna elettorale, ci crederò solo quando vedrò coi miei occhi l’assegno!). Il rapporto con le altre regioni non regge, la somma è spaventosa. E il Raìs potrà spenderla e distribuirla ad amici, parenti ed elettori a suo piacimento (che è d’altronde il suo sport preferito). È però questo il prezzo per raggranellare qualche decina di migliaia di voti in più che potranno servire al sottosegretario per avere un qualche peso nel futuro parlamento. Il suo grande partito del sud godrà così dell’appoggio di buona parte dell’elettorato del Raìs. La lista Progetto Molise è nata qualche anno fa esattamente a questo scopo. E, siccome in Molise si può sperimentare su cavie umane (anche se opportunamente anestetizzate), Micciché (che a tal fine si è letteralmente trasferito in Molise) ha persino azzardato una sua lista personale chiamata “Grande Sud”, rastrellando tra i politici affetti da mal di pancia che, quasi quasi, stavano passando a FLI (che s’è spaccato miseramente: chi col Raìs, addirittura nel listino, sordo agli improperi di Bocchino; chi candidato in improbabili liste civiche a sostegno del rivale). Un colpo di reni degno d’un atleta che ha portato, nelle tasche del sottosegretario, un ulteriore 6,5%: almeno 30mila voti da far pesare a tempo debito.
Una vera e propria giostra. Un vero e proprio laboratorio a cielo aperto in cui esperimenti di varia natura sono stati perpetrati ai danni di un elettorato incosciente.

Risultati
Il Raìs è stato riconfermato sul filo di lana (gli stava venendo un infarto!) per la terza volta consecutiva (solo 1505 voti in più e con la Prefettura che indaga su presunte irregolarità nell’annullamento delle schede con voto disgiunto: nei seggi in cui ha vinto Iorio le schede nulle erano abbondantemente al di sotto della media, in quelli in cui ha vinto Frattura fortemente al di sopra); alcuni molisani, sebbene attraverso la mostruosa pratica del voto disgiunto, hanno manifestato un malcontento che però non è mai andato oltre al non-plebiscito verificatosi nelle scorse elezioni nei confronti del governatore; altri si sono lasciati convincere dalle centinaia di nastri tagliati nei 5 giorni precedenti alle elezioni (poliambulatori ancora inagibili e reparti con un solo medico, mense e asili che dovevano essere operativi già da due mesi) e dai milioni di fondi sbloccati snocciolati da un fiero Fitto.
Il centrosinistra incolpa della sconfitta i grillini, il cui candidato presidente ha riportato un sorprendente 5,6% (senza però che la lista riesca ad ottenere alcun seggio), senza abbozzare alcuna matura autocritica sul comportamento politicamente dilettantistico portato avanti negli anni passati.
Il consiglio regionale però, perlomeno dal lato della maggioranza, è stato quasi totalmente riconfermato con precipitazioni sparse di preferenze a favore dei soliti noti (alle procure). Dalla Perrella a Vitagliano, da Pietracupa (cognato di Patriciello) a Velardi, dall’immancabile Chieffo a Di Sandro, da Niro a Cavaliere. Gli unici a non essere stati riconfermati, praticamente, sono solo coloro che non si sono ricandidati o che, già dallo scorso mandato, non valevano poi molto. Al loro posto, per fortuna, nomi nuovi per un Molise bisognoso di volti e idee capaci di rompere con gli schemi del passato. Un esempio su tutti, d’Aimmo (chi è molisano lo sa)! Evidentemente assessori e consiglieri hanno svolto un eccellente lavoro e la gente vuole che continuino su questa linea. Auguri!

- Gianluca Malatesta