“Genova brucia, genova che non respira più”

Così faceva una canzone scritta da un ragazzo di ritorno dal G8 quel luglio di 10 anni fa.
Per qualcuno quell’incendio non si è mai spento e l’apnea dura ancora adesso: sono le vittime delle centinaia di soprusi e ingiustizie avvenute in quei giorni, che in questi anni hanno cercato vanamente giustizia. Le loro speranze si sono arenate tra sentenze “generose”, assoluzioni e soprattutto processi mai iniziati. Ogni parola scritta sul G8 deve avere quindi come primo obiettivo quello di portare luce su una storia sulla quale si cerca di far calare un buio pesto.
Per poter capire cosa sia realmente accaduto in quei giorni di luglio del 2001 è innanzitutto necessario chiarire cos’è un G8, chi vi prende parte e soprattutto qual è la sua funzione; quest’analisi è fondamentale soprattutto per capire le ragioni di chi andava (e va) contro queste organizzazioni.
Il G8 è l’incontro dei Governi degli 8 paesi più industrializzati, cioè quei paesi che, nonostante rappresentino solo il 13% della popolazione mondiale, detengono il 51% del Prodotto Interno Lordo planetario. In questi summit si decidono le dinamiche economiche mondiali, tracciando cosi le linee guida per le decisioni del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, composta da 130 paesi ma che, per le percentuali sopra citate, è evidentemente monopolizzata dagli 8 “grandi della terra”.
È chiaro quindi che l’intento di questi eventi è quello di monopolizzare l’economia globale per un progetto di espansione capitalistica ai danni dei paesi meno industrializzati. Contro questo sistema si schiera il mondo variegato del movimento NO GLOBAL che si fa interprete di una diversa idea di economia, basata sulla sostenibilità degli scambi, sulla difesa dei beni comuni e soprattutto sull’opposizione alle multinazionali, effettive burattinaie delle politiche economiche, miltitari e culturali portate avanti dai “grandi”.
La contrapposizione si può spiegare in questi termini, e non è una novità del 2001. Infatti manifestazioni di protesta in occasione di questi incontri compaiono dalla fine degli anni novanta quando a Seattle in occasione del WTO scesero in strada i primi manifestanti anti-globalizzazione, da allora chiamati, apppunto, popolo di Seattle. La strada che questo movimento ha percorso da Seattle a Genova è stata in continua evoluzione: da una parte la continua presa di coscienza di un movimento che ha aumentato i proseliti ed inglobato altre realtà, e dall’altra è iniziata una demonizzazione e strumentalizzazione da parte dei media, nell’intento di far passare il movimento come una minaccia per la sicurezza. E arriviamo a Genova.
I mesi che precedono il G8 di Genova sono caratterizzati da cambiamenti sostanziali del panorama politico: nelle elezioni politiche di maggio Berlusconi trionfa portando l’Italia ad un allineamento politico con le destre del continente. Ciò naturalmente accresce il clima di tensione in attesa del G8, vista la linea notoriamente dura dei governi di centrodestra nei confronti di movimenti da loro definitti come terroristi. Ciò che poi accade a Genova non smentisce questi sentori. Tuttavia, l’atteggiamento del passato governo di centrosinistra nei confronti dei NO GLOBAL non è stato più tollerante; a marzo infatti, in occasione del Global Forum sull’e-government di Napoli c’è stata una durissima repressione verso il popolo di Seattle applaudita dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco. Napoli è stata la prova del nove per ciò che di lì a qualche mese è diventata una delle tante pagine nere che hanno macchiato la storia della repubblica italiana.
Ma chi andrà a Genova? Nelle settimane precedenti il summit, vari movimenti dichiarano la loro partecipazione alla protesta, ma coloro che vengono additati come i veri contestatori del G8 sono le cosiddette tute bianche, gruppo di autonomi provenienti dal centro sociale Pedro di Padova e che fanno capo a Luca Casarini. L’individuazione di un nemico preciso è il primo passo per la giustificazione della repressione nei giorni del summit. Insieme al gruppo di Casarini viene avanzato il timore dell’arrivo a Genova dei black bloc, gruppo di facinorosi provenienti da tutta europa che si erano fatti gia conoscere in quel di Seattle.
La strategia della tensione messa in atto dall’allora ministro degli interni Scajola prevede la divisione della città in due zone: una zona di libero accesso detta bianca ed una blindatissima zona rossa attorno al palazzo della riunione.
19 luglio. Iniziano i lavori dei grandi 8 e la città si riempie di manifestanti: immigrati, gruppi di rivendicazione stranieri, genovesi e alcuni anarchici che si frappongono tra un “gruppo nero” nell’atto di dare luogo a scontri alla Questura e la polizia stessa.
Il 20 e 21 luglio sono i giorni delle grandi manifestazioni e della grande paura. Per il giorno 20 sono previste diverse manifestazioni, diramate in tutta la zona bianca, ed i primi scontri non si lasciano attendere: dalla stazione Brignole sino al carcere di Marassi per tutta la mattinata gruppi sparuti di violenti creano disordini, spostandosi sistematicamente di zona in zona agendo effettivamente indisturbati: le forze dell’ordine, infatti, raggiungono i luoghi delle devastazioni di volta in volta in ritardo, andando a colpire i cortei pacifici ed evitando lo scontro diretto con i facinorosi. Esempio eclatante di queste inefficienze delle forze dell’ordine è la carica al corteo pacifico di via Tolemaide: un gruppo di 300 carabinieri coadiuvati da blindati e camionette, con ordine di raggiungere piazza Giusti, luogo di tafferugli e saccheggi, si ferma di fronte al corteo autorizzato gestito dai disobbedienti mettendo in atto una carica, poi da loro giustificata come reazione ad una sassaiola in corso. Dopo aver disperso il cosiddetto “gruppo di contatto” (giornalisti, cameramen e politici messi davanti come garanzia della pacificità del corteo), i carabinieri, procedendo in via Tolemaide, si trovano di fronte le tute bianche e quindi l’intero corteo. A questo punto inizia una vera e propria guerriglia, i militari del battaglione Lombardia respingono i manifestanti e si abbandonano a brutalità su inermi. La questura perde il contatto con questo contingente che si trova a combattere isolato e privo di ordini; per ovviare a questo caos vengono inviati in rinforzo e collegamento 50 carabinieri del battaglione Sicilia con due camionette Defender, con a bordo il carabiniere di leva Mario Placanica. I rinforzi arrivano da via Caffa, perpendicolare a via Tolemaide e, più indietro, lato maggiore di piazza Alimonda. Sono pochi e vengono respinti: i militi a piedi fuggono, ma le camionette hanno difficoltà di manovra, in particolare quella di Placanica, a quanto egli racconta, rimane bloccata da un cassonetto e assediata dai manifestanti. Placanica, impaurito, estrae la pistola e la punta sulla folla; notata l’arma, un ragazzo distante pochi metri raccoglie un estintore e gli si scaglia contro.
Quel ragazzo si chiama Carlo Giuliani, 23 anni, muore alle 17:27 a piazza Alimonda, nella sua Genova. A quel sangue la folla si apre e il mezzo si disincastra finalmente dall’ostacolo, compie la sua manovra sul corpo del giovane e si allontana. I carabinieri giungono infine in zona Marassi, ma di black bloc, come al solito, neanche l’ombra.
21 luglio. Gli organizzatori decidono di proseguire la manifestazione, stimata poi in 250.000 partecipanti, nonostante le richieste di annullamento. Durante la giornata si registrano scontri, pur di minore entità del 20. I black bloc si fanno vivi, in mattinata naturalmente indisturbati, e a volte contrastati dai manifestanti stessi. Successivamente fronteggiano le forze dell’ordine bloccando una strada, poi tentando di inserirsi nel fiume del corteo, questo viene spezzato quando la battaglia da loro ingaggiata con la polizia lo raggiunge e i manifestanti sono dispersi dalle cariche, mentre i black bloc organizzano una resistenza formando barricate. Di questi eventi ci sono immagini famose.
Finita anche la giornata del 21 in piazza resta solo il prodotto di 2 giorni di pura follia, un clima irreale vissuto da tutti, cittadini genovesi in primis, ma soprattutto da chi viene dall’estero e ha creduto di entrare in una città regolata da norme di uno stato democratico e si è invece ritrovata in una situazione che nulla ha da invidiare a quelle vissute sotto i regimi sudamericani.
Purtroppo il loro sconcerto e la loro paura non si spegne insieme alle luci del giorno. La notte tra il 21 e il 22 luglio infatti gli ospiti della scuola Diaz di via Cesare Battisti ( scuola che il comune di Genova ha concesso per far alloggiare giornalisti e manifestanti del Social forum) si sono visti irrompere addosso interi plotoni di polizia che, con l’intenzione di scovare i Black bloc si sono resi artefici di un vero e proprio massacro. Le prime immagini che arrivano dalla scuola Diaz sono amatoriali: riprendono l’ingresso della polizia e poi l’uscita dei ragazzi… in barella. Ciò che è avvenuto dentro è di facile deduzione, e i molti racconti di violenza gratuita ed il sangue sparso per tutto l’edificio, come ci ha mostrato RAI NEWS 24 (la prima tv ad entrare nei locali), ci mostrano di qualcosa che non avremo mai voluto conoscere. Nei giorni successivi a questo scandalosa vicenda se ne aggiuge un altro di non minore gravità: nella caserma di Bolzaneto, adibita a carcere provvisorio nei giorni del G8, si sono consumati atti vergognosi più vicini alla tortura che alla detenzione.
Sul paese si abbatte una tempesta mediatica che tratterrà l’intera popolazione per i mesi succesivi. Lo stato impegnato a difendere il ruolo delle forze dell’ordine avanzando la teoria dell’impossibilità di comportamenti diversi di fronte ad un vero e proprio assedio; dall’altra l’opinione pubblica che apre sempre più gli occhi di fronte ad una sempre più indifendibile violenza di stato. I vertici nazionali di partiti e associazioni interessati dai fatti del summit chiedono le dimissioni immediate del governo, portando alla luce altri episodi incresciosi che vanno a complicare un quadro già di per se vergognoso.
Poi arriva l’11 settembre, e il mondo guarda immediatamente altrove.
Leggi speciali in materia di sicurezza internazionale e guerre imminenti oltre che distrarre l’opinione pubblica tendono a legittimare il comportamento dello stato in quei giorni. A gettare benzina sul fuoco è lo stesso ministro Scajola che, ancora in carica, nel febbraio 2002, dichiara, come riportato dal Corriere della sera:
«Durante il G8, la notte in cui c’è stato il morto, ho dovuto dare l’ordine di sparare se avessero sfondato la zona rossa. A Genova, in quei giorni si giocava una partita seria, lo hanno capito tutti dopo l’11 settembre»
Ma chi a subito danni in quei giorni, chi ha perso figli o è ripartito per il paese natio lasciando il proprio status di persona libera a Genova non può dimenticare. Nei mesi successivi si mette in moto la macchina della magistratura, invocata dalle migliaia di denunce, una su tutte quella di Amnesty International che agli inizi del 2002 ha ufficialmente richiesto un’indagine sull’operato delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico. Rimane famosa la dichiarazione di Amnesty secondo cui Genova è stata:
«La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.»
Tanti i fatti da analizzare, tanti i capi di imputazione e tanti i possibili responsabili. I processi iniziano nel 2002, con andamento vario. Condanne e assoluzioni in primo grado, condanne di assolti in secondo grado, pene di detenzione e pene di risarcimento. Tuttora, nel 2011, nessun procedimento si è concluso in cassazione, c’è persino un primo grado in corso. Molti reati sono caduti in prescrizione e hanno portato comunque a pene di risarcimento. C’è da sottolineare che il reato di tortura non era stato introdotto nel codice penale, altrimenti non sarebbe stato prescivibile. Per quanto riguarda i pesci grossi, Il 17 giugno 2010, il prefetto De Gennaro, è stato condannato in appello a un anno e 4 mesi per istigazione alla falsa testimonianza, insieme all’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola (un anno e due mesi). L’ex questore Colucci, oggetto delle presunte pressioni, è attualmente sotto processo per falsa testimonianza. Ma alle condanne dei tribunali sono corrisposte premi dai palazzi: l’ex questore Colucci, infatti, è stato nominato prefetto nel 2008, ed in generale tutte le alte cariche, processate e condannate, hanno ricevuto significative promozioni.
In totale tra le forze dell’ordine, 33 imputati su 77 hanno ricevuto pene per complessivi 109 anni di reclusione, per 36 il risarcimento, causa prescrizione. Dei manifestanti, di 24 imputati per devastazione e saccheggio, 10 sono stati condannati a complessivi 98 anni di reclusione. Bastano questi numeri ad evidenziare la profonda iniquità di trattamento.
STORIA DI UN PROCESSO MAI INIZIATO
Come avete potuto notare non è stata spesa una riga per l’indagine sulla morte di Carlo Giuliani. È stata una scelta voluta, ma anche obbligata, visto che sarebbe deontologicamente scorretto inserire tra i processi notizie su un omicidio che non ha mai avuto un processo… e quindi giustizia.
Non ci dilungheremo in spiegazioni sul perchè un Omicidio non sia mai entrato in tribunale, sinceramente ci sembra grottesco, né tantomeno parleremo di come la politica abbia trattato il caso. Anzi di questo vogliamo accennare: la destra ha sempre preso le distanze dal caso, o meglio non se ne è mai interessata, la sinistra ha fatto peggio. Alle elezioni politiche del 2006 il programma dell’Unione riportava tra i punti programmatici la costituzione di un’apposita commissione d’inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani, Rifondazione Comunista candidò la madre. Risultato? La commissione non è stata mai creata. La proposta di legge di istituire tale commissione di inchiesta è stata votata il 30 ottobre 2007 in prima commissione alla Camera, ma è stata respinta (22 voti a favore e 22 contrari) a causa del voto contrario della Casa delle Libertà e di Italia dei Valori oltre all’assenza dei deputati della Rosa nel pugno. Il leader dell’Italia dei Valori ha motivato il voto del “nostro” senatore IdV Carlo Costantini dichiarando di non voler avallare un’inchiesta finalizzata ad indagare unicamente sull’operato delle forze dell’ordine e non anche su quello dei manifestanti.
Questo è lo spiraglio di luce che abbiamo voluto offrire: non è nulla rispetto a quello che ogni lettore di questo articolo può apprendere andando sui blog e siti internet che da dieci anni urlano giustizia; visitateli, leggete, e aprite spiragli affinchè sia fatta luce sull’ennesima storia buia dell’Italia.
- F.C.-P.M.



